venerdì 15 febbraio 2008

Lavorare stanca

Dopo le polemiche dei giorni scorsi, in cui da più parti si erano sollevate critiche sulla presunta faziosità del progetto, ieri sera alle 23.00 circa RaiTre ha mandato in onda "In Fabbrica", il film-documentario diretto da Francesca Comencini. Una produzione Rai Cinema (realizzata da Offside) realizzato grazie a materiale di repertorio concesso da Rai Teche, Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico e Archivio Nazionale del Cinema d’Impresa di Ivrea.
Un viaggio intenso nel mondo operaio, dagli anni del primo boom economico ai giorni nostri, raccontato dalla viva voce degli operai: le condizioni di lavoro, le aspirazioni e le sconfitte di un’intera classe sociale.
Ecco quindi i volti dei contadini meridionali che diventano operai al Nord, nelle grandi fabbriche. Le loro voci, i loro dialetti raccontano la trasformazione del lavoro e di un intero paese. Siamo nell’Italia del boom e, anche se i turni di lavoro sono pesanti e non esistono tutele, gli operai hanno la speranza di un futuro migliore, e il lavoro era fonte di speranza, ma anche di soddisfazione, perché ogni pezzo prodotto portava con se un frammento dell'anima di ogni singolo operaio che vi si era dedicato.
Scorrono le immagini sullo schermo e la Comencini sposta l’attenzione sull’evoluzione della figura dell’operaio negli anni ‘70.
Si vedono soprattutto gli anni Sessanta e Settanta, perché in quei due periodi il nostro Paese entra nella “modernità all’improvviso”, travolgendo tradizioni secolari e millenarie, al tempo stesso, mentre si afferma l’egemonia del mercato, sempre più arbitro delle contese.
La progressiva automazione dei processi produttivi e la loro organizzazione in catene di montaggio che riducono l'uomo ad un mero accessorio della macchina, l'aumento della disoccupazione, portarono alla strutturazione di una coscienza di classe operaia e alle prime, vere lotte sindacali, allo Statuto dei Lavoratori, ai “35 giorni” della Fiat. Il miracolo economico sembra già un lontano ricordo: è il 1979, c’è “l’autunno caldo” con le proteste degli operai per i loro diritti e contro i primi licenziamenti. Il documentario racconta i 35 giorni di sciopero serrato alla Fiat, i comizi di Berlinguer e Trentin, il sogno di un futuro con più diritti.
Si arriva così al 1980, l’anno della “marcia dei 40.000” colletti bianchi della Fiat
, contro la contestazione operaia. Al temine della lotta 23.000 operai, come si ricorda nel film, finirono in cassa integrazione.
Gli ultimi vent'anni sono, in questo quadro, il risveglio da un sogno: la voce compatta degli operai inizia a incrinarsi. Con la fine dei 35 giorni infatti, spiega la Comencini, non si chiude solo una vertenza, ma un'intera epoca. E amara è l'ammissione del fatto che, delle tante conquiste del passato, oggi qualcosa si sta perdendo.
I 7 operai bruciati alla Thyssen erano ancora vivi quando Francesca Comencini montava le voci di operai di altri tempi che parlavano dei loro colleghi morti, mutilati, paralizzati solo per aver fatto il loro dovere in fabbrica.
Il documentario si chiude con delle immagini girate dalla regista in una fabbrica di eccellenza di oggi, la Brembo, che costruisce sistemi frenanti. Gli operai sono donne e immigrati, l’ambiente di lavoro non è più quello di quaranta anni fa, ma emerge la consapevolezza del loro ruolo nella società.
Riproporre queste testimonianze, rileggerle con gli occhi di oggi, è un grande merito di “In fabbrica” e anche della Rai che ha voluto questo prodotto e lo ha trasmesso.
Volendo fare servizio pubblico si può, in tanti modi.
Il ruolo che dovrebbero avere cinema o tv non è quello di sensibilizzare le coscienze ma semplicemente di combattere l’irrealtà, raccontando la vita delle persone, raffigurarle come sono e non come si vorrebbe che fossero, che poi fatalmente lo diventano... Il racconto della realtà d’altronde è sempre più avvincente. Quando racconti l’umanità, fai parlare le facce e i corpi è anche divertire, far riflettere, commuovere… Scopriremmo ad esempio negli operai una straordinaria saggezza ed etica del lavoro anche quando vivono condizioni di tragica precarietà". (Francesca Comencini)

La storia degli operai è di immensa poesia e, per questo motivo, è stato un piacere raccontarla, ha spiegato Francesca Comencini, che ha dedicato il film al padre Luigi.
Questo film mi ha colpito anche perché mi ha fatto pensare al mio di padre, che era un operaio immigrato nella Torino degli anni ’60-’80, che ha partecipato alle manifestazioni, agli scioperi, alle lotte operaie. Questo film mi ha regalato un pezzetto di lui che non c’è più.