lunedì 4 febbraio 2008

Medioriente, Egitto e India senza connessione internet..opinioni contrastanti

Ho pubblicato questo post nel google group di mediasenzamediatori, il sito che affianca il corso di teoria e tecnica dei nuovi media che ho seguito lo scorso semestre.
Mi hanno dato della paranoica antiamericana e antisemita...senza offesa..


Da mercoledì le comunicazioni internet sono interrotte in gran parte dell’Asia, Nordafrica e Medio Oriente. La causa: sono stati spezzati tre, forse quattro cavi sottomarini.
Secondo CNN, «Egitto, Arabia Saudita, Katar, gli Emirati, Bahrein, Pakistan ed India stanno subendo gravi danni economici» perché molti affari (fra cui le prenotazioni aeree) avvengono ormai via web.
Aggiunge sempre la CNN: «Alcune nazioni sono state risparmiate dal caos: Israele - che usa una sua differente via di traffico - il Libano e l’Iraq».
Varie fonti attribuiscono le tre interruzioni a «tempeste tropicali» o a «una nave che ha gettato l’ancora».
India ed altri Paesi per cui internet è la spina dorsale della nuova economia stanno compiendo sforzi enormi per riconvogliare il traffico sui cavi del Pacifico, oppure su satellite.
Il Dubai International Airport segnala problemi, e le linee aeree ritardi dei voli.
Le Borse dei Paesi musulmani sono chiuse il venerdì, e ciò ha attenuato i danni ai mercati.
Questo può incidere pesantemente sull'economia della regione, causando un netto calo dei profitti delle aziende. Le comunicazioni voce e TV sono praticamente paralizzate nell’area, vastissima, che abbraccia due continenti ed ha come epicentro il Golfo Persico.
Data la congestione di navi da guerra nel Golfo Persico (dove dovrebbero trovarsi due portaerei USA con le rispettive squadre d’appoggio) e la tensione strategica che interessa quel tratto di mare nel cuore dell’Oriente musulmano, è possibile immaginare altre ipotesi.
Come sappiamo, immagini e blog hanno mostrato gli orrori dell’invasione dell’Iraq, che l’amministrazione USA avrebbe preferito il mondo non conoscesse. Anche le foto delle torture di Abu Ghraib circolarono su internet, e così i video girati da soldati americani, smentendo la narrativa ufficiale della propaganda americana. Ora le tre rotture - sicuramente deliberate - possono essere preordinate in vista di «qualcosa che sta per accadere», e che è meglio che il mondo non veda? Forse è una prova generale di paralisi di Internet a livello globale, dato che la rete ha dato troppi dispiaceri alle «versioni ufficiali»? Le due ipotesi non si escludono a vicenda.
Il fatto che l’interruzione sia in corso nel Golfo Persico giustifica le peggiori previsioni.
Altro fatto degno di nota, mentre Israele è miracolosamente immune dal grave problema (dispone evidentemente di sue reti o satelliti protetti), l’Iran è il Paese che appare il più colpito: Teheran è completamente isolata dal mondo, come riporta il sito specializzatowww.internettrafficreport.com/asia.htm
Non voglio essere catastrofista o lanciare allarmismi ma la rilettura di un certo documento assume un significato particolare di fronte all’accidentale rottura di tre cavi nel Golfo, che hanno isolato dal web l’Iran e l’Egitto, ma non Israele e l’Iraq occupato.
Il documento a cui mi riferisco è un documento del Pentagono si chiama «Information Operations Roadmap», stilato nel 2003, segretato con la classe noforn (not for release to foreign nationals, including allies: non diffondere a stranieri, alleati inclusi), è stato declassificato il gennaio 2006 - in base alla legge sulla libertà d’informazione (Freedom of Information Act - su richiesta del National Security Archive della George Washington University.
Si tratta delle operazioni militari da condurre nella sfera dell’informazione, guerra elettronica, propaganda, operazioni psicologiche, coinvolgimento di giornali esteri.
In questo documento, si dice che internet deve essere trattato come un sistema d’arma nemico.
Al punto 6 si legge: «Dobbiamo combattere la Rete (We must fight the Net). Il Dipartimento Difesa sta creando una forza ‘information-centric’. Le reti sono sempre più centri di gravità operativi, e il Dipartimento deve essere pronto a combattere la Rete».
Al punto 7 su parla di «migliorare le capacità IO (information operations) per la guerra guerreggiata», fra cui un «nutrito arsenale di capacità offensive che comprendano l’attacco a tutto campo all’elettronica e alla rete di computer».
Al punto 13: «La strategia di ‘difesa in profondità’ del ministero Difesa deve agire sul presupposto che il Dipartimento ‘combatterà la Rete’ come fosse un sistema d’arma».
Lo scopo è raggiungere «la superiorità nella guerra d’informazione».
Nel documento del Pentagono decretato si legge esplicitamente: «L’informazione, sempre importante in guerra, è oggi essenziale al successo militare e lo diverrà sempre più. […] La capacità di disseminare rapidamente ‘informazioni persuasive’ [ossia propaganda] a pubblici diversi onde influenzare direttamente le loro decisioni è un mezzo sempre più potente di dissuasione degli aggressori».
La disseminazione di «informazioni persuasive», si aggiunge, deve essere centralizzata «sotto la responsabilità del segretario alla Difesa».
L’informazione, né più né meno, diventa «una competenza militare diretta alla pari con le operazioni d’aria, di terra, di mare e speciali».
Sotto il Pentagono, le notizie diventano «Information Operations»: le quali sono così definite: «L’impiego integrato di capacità di guerra elettronica, di operazioni su reti di computer, di operazioni psicologiche, di inganno militare e sicurezza […] per influenzare, interrompere, corrompere o usurpare il processo decisionale dell’avversario, mentre si protegge il proprio».
C’è un precedente alla misteriosa tranciatura dei cavi nel Golfo Persico.
Anche allora, per la ovvia urgenza, non si aspettò il «degrado dolce» del web, ma si optò per la interruzione, il «collapse», di possibili fonti d’informazione alternative.
Nessun giornale, tranne il britannico Guardian, diede notizia di una «information operation» con cui l’FBI chiuse - il 10 settembre 2001, «un giorno prima dell’attacco al World Trade Center» - ben 500 siti arabi o musulmani che facevano capo ad un server del Texas, la InfoCom Corporation.
Ottant
a agenti fecero irruzione nella ditta, accecarono i siti (fra cui la pagina web di Al-Jazeera, di Al-Sharq giornale del Katar, e della università palestinese Birzeit in Cisgiordania, Territori Occupati), facendo poi copie di tutti gli hard-disk.
La InfoCom, proprietà di due fratelli di origine palestinese, Ghassan e Bayan Elashi, operava senza problemi dal 1982 in Texas.