domenica 25 novembre 2007

Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne

25 novembre: Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne. Una giornata preceduta in Italia da un corteo che ieri a Roma ha visto sfilare migliaia di persone. Arrivate da ogni parte d' Italia donne dei centri antiviolenza, le giovani dei collettivi universitari e dei centri sociali,organizzazioni lesbiche, metalmeccaniche, organizzazioni di donne migranti. Un fiume di donne, tante le generazioni. Significativa la presenza delle ragazze rom nate nel campo “Cesare Lombroso”, alla periferia nord di Roma, che hanno aperto il corteo con danze tipiche dei loro paesi.
La giornata, si è conclusa con le contestazioni alle rappresentanti istituzionali, sia di destra che di sinistra.

Le promotrici avevano rifiutato l'adesione dei partiti di destra in quanto portatori di politiche ostili al riconoscimento delle lesbiche e promotrici del family day, occasione in cui sono stati messi in discussione l' aborto, in cui si è difesa l' istituzione famiglia e si criminalizzava la volontà di scegliere un altro modo di viversi relazioni e sessualità; avevano esteso le critiche anche alla maggioranza di governo in seguito all' approvazione del pacchetto sicurezza: il messaggio lanciato è forte, nessuna strumentalizzazione fatta in nome delle donne per difendere politiche di sicurezza volte ad alimentare la paura del diverso, perchè cosi come la violenza maschile sulle donne non ha passaporto, anche la lotta delle donne non conosce differenze di cittadinanza.
Violenza sulle donne è qualsiasi atto di violenza da parte di singoli individui, della comunità, o dello Stato, per motivi di ogni genere, che provochi danno fisico, sessuale, o psicologico, compresa la privazione arbitraria della libertà personale, sia nella vita privata sia in quella pubblica.
La violenza contro le donne non ha confini, non ha appartenenza di classe sociale, coinvolge tutte a partire dalle nostre relazioni quotidiane fino alle zone di guerra o a quelle più povere del mondo.
In Italia è la prima causa di morte o invalidità permanente delle donne tra i 14 e i 50 anni.
Ogni anno in Africa due milioni di bambine subiscono mutilazioni genitali come l'escissione, ovvero l'asportazione della clitoride e di tutte o parte delle piccole labbra con chiusura dei lembi con spine d'acacia e filo, lasciando solo una minuscola apertura, mantenuta mediante l'inserimento di un sottile pezzo di legno o di una canna, per la fuoriuscita dell'urina e del sangue mestruale. Nei villaggi è spesso effettuata senza alcun anestetico, con coltelli, lamette da barba o pezzi di vetro. La bambina è immobilizzata e tenuta con le gambe aperte, misture di erbe, cenere o terra sono applicate sulla ferita per fermare l'emorragia, infine le gambe della bambina sono legate insieme dall'anca alla caviglia così che lei possa rimanere immobile per alcuni giorni al fine di consentire la formazione della cicatrice.
Vi risparmio la descrizione dei danni immediati provocati dalle mutilazioni e le conseguenze a lungo termine, atroci.
Racconta Faduma, 45 anni, somala: "Come potrei dimenticare una tale violenza? L'operazione ebbe luogo di mattina presto. Quando la donna tagliò la mia clitoride il dolore fu tale che urlai a lungo e mi divincolai, riuscii a scappare, perdendo sangue, prima che mi riprendessero e la donna potesse completare il tutto chiudendo la vagina con le spine". Ovviamente, la motivazione più comune è quella di proteggere le donne dalla loro natura troppo sensuale, conservandone la castità e preservandone la verginità. Una ragazza non escissa è emarginata, irrisa, costretta ad abbandonare la comunità, non troverà nessuno disposto a sposarla.

La pressione culturale è tale che, come spesso accade nelle società patriarcali, sono le madri ad obbligare le figlie. L’escissione non ha nulla a che fare con tradizione e cultura etnica da conservare, negano la sessualità e devastano il corpo.
Le mutilazioni dei genitali femminili dovrebbero essere considerate alla stessa stregua della tortura e combattute con il medesimo impegno e la stessa forza.