martedì 13 novembre 2007

Anticomunismo di sinistra

Domenica 10 novembre alla Feltrinelli di Perugia ho partecipato alla presentazione del nuovo libro di Cristina Comencini “L’illusione del bene”.
Mario, il protagonista, dopo dieci anni dal crollo del muro di Berlino e dell’ideologia comunista, non riesce ancora ad accettare la fine di un mondo nel quale aveva fortemente creduto e non riesce a sopportare che nessun altro sia ossessionato come lui dall’esigenza di capire il fondamento di quel illusione e di fare un bilancio di quella pagina storica. L'occasione gliela dà la conoscenza con una russa, figlia di una desaparecida nei gulag sovietici. Il gesto simbolico è il divieto al figlio adolescente di attaccare nella sua stanzetta il poster di Che Guevara, profeta di un ideale che si è dimostrato fallace.
Il libro non l’ho letto. La discussione a cui prendevano parte ovviamente la scrittrice, una giornalista mediatrice e una scrittrice umbra, mi ha fatto pensare ad alcune cose, anche per la concomitanza con l’anniversario della caduta del muro di Berlino (9 novembre 1989).
Come è possibile immaginare una società giusta dopo la fine dell’utopia del comunismo, la fine dei nostri miti? È la domanda da cui nasce il libro.
Convinti che, in qualche maniera, si sarebbe potuto agire sul mondo, facendolo diventare diverso. Basta con tutti i fascismi, basta con le disuguaglianze, era il momento di quella splendida utopia del comunismo che sarebbe poi diventata una delusione.
Molti hanno sperato che il comunismo fosse la soluzione perfetta all’imperfezione del mondo per poi scoprire con disappunto e frustrazione che invece era tutta un’illusione. . L’illusione del bene.
Nel romanzo della Comencini quell’illusione ha impedito di vedere per tempo il male che in nome del bene veniva inesorabilmente compiuto. Quell’illusione ha esonerato dal dovere della memoria. Un chiaro riferimento alla necessità di fare i conti con il comunismo e con ciò che esso ha rappresentato in diversi Paesi del mondo.
Riconosciuti i crimini di Stalin, gli errori dei suoi successori, la distorsione nel consenso data dalla mancanza di libertà, si sapeva veramente quello che avveniva nei Paesi dell'Est, o in Cina? Gran parte delle informazioni venivano dall'interno stesso del sistema, gli atti del XX congresso del PCUS, i film e le opere, ma era ben chiaro che in quei Paesi non ci fosse democrazia, le testimonianze sulle persecuzioni in epoca stalinista e poi quelle successive alla invasione della Cecoslovacchia, inoltre bastava notare che si votava per un partito unico, che non si poteva viaggiare liberamente, che non si potevano stampare giornali indipendenti né aprire stazioni radio.
Quante volte abbiamo sentito persone di destra o dichiaratamente fasciste, in occasione del giorno della memoria o dopo una proiezione di Schlinder's List, glissare e passare a parlare dei gulag, delle foibe?
Se si considera la condizione delle vittime delle diverse dittature, ogni distinzione perde valore, visto che il destino di milioni di uomini e donne, di ogni condizione e estrazione sociale e culturale, è stato travolto dalla violenza politica, di chi, in nome della superiorità razziale, voleva dominare il mondo, e di chi, innalzando la classe operaia al ruolo di ceto sociale destinato a guidare la trasformazione del mondo, premeditava la costruzione del paradiso in terra.
Quando si parla di un genocidio si tratta di un atto contro un insieme più grande, che riguarda non la sinistra o la destra ma la comunità delle persone. La conta dei morti di una e dell’altra parte lasciamola ad altri, forse è il caso di rinunciare ad un’indifferenziata e generica condanna.
Non rinunciamo però a capire, alla curiosità e al desiderio di andare a fondo anche quando il prezzo da pagare è il crollo delle nostre certezze.